
foto di Nicolas Moore
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Isabel. Isabel. Isabel. A dodici anni ho imposto questo nome ai miei. Non più Isabella, ma Isabel.
Mio padre fu l’unica persona ad accogliere quella mia decisione con un sorriso. Isabel. ‘Mi piace’, mi disse. Ma a lui stava bene tutto quello che facevo. Perché mi adorava. Ed io adoravo lui.
Tre anni fa una parte di me se ne è andata con lui. Mi manca. Moltissimo. E quando la vita si premura di scorticarmi viva è il suo pensiero a farmi sopravvivere. E le lacrime che verso come una cascata al suo ricordo e che mi fanno rinascere e mi danno la forza di ricominciare.
Avrebbe approvato anche la mia decisione di andarmene di casa per non sopportare più le lagne asfissianti di mia madre. In fondo questo appartamentino lo aveva comprato per me. Un semplice monolocale con angolo cottura. In una palazzina all’Eur. All’ottavo piano.
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Oggi fa caldo. Sono distesa nuda sul mio letto ad una piazza e mezzo, primo acquisto da Ikea, con mia madre che mi chiedeva perché non andava bene un normale letto ad una piazza. Ed io a spiegarle che un fottutissimo letto ad una piazza mi angoscia e mi mette tristezza.
Osservo il ventilatore a soffitto. Il disegno delle pale che ruotano lentamente è un mandala che annulla i miei pensieri. Sulla mia pelle il velo di sudore non fa in tempo a definirsi che evapora, donandomi una freschezza sensuale. Lascio scivolare la mia mano sul pube, completamente depilato. Finisco col masturbarmi.
foto di Barry Elkins
Ho finito di leggere l’ultimo romanzo di Melissa P. Capitai casualmente alla presentazione da Feltrinelli a Torre Argentina e nel trambusto generale ne trafugai una copia. Sgattaiolai fuori in un attimo, dopo aver rapidamente asportato la linguetta magnetica che gettai con nonchalance in una vistosa borsa di paglia di una slavata ed ilare turista francese. Leggere. Diciamo che ne ho fatto una lettura veloce di una mezz’oretta. Non merita proprio di più. In fondo meglio il primo, che scaricai free da internet, e che è una boiata pazzesca. Sono arcistufa di tutte queste cattive ragazze che vivono il sesso come vergogna, umiliazione, schifo, finchè non arriva il principe azzurro a riscattarle dall’abisso nel quale sono cadute. Per me il sesso è solo gioia e piacere divino. Ed è un gioco a cui applico le mie regole. Nessuno riuscirebbe ad impormi cose che non voglio assolutamente fare e che mi precipiterebbero in una voragine senza fine di sensi di colpa.
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Stamattina appuntamento con Vanessa a piazza del Popolo. Le avevo inviato un sms dicendole che avevo voglia di vederla e che mi mancava da morire.
Era splendida. Un semplicissimo abitino di lino bianco dava risalto alla sua abbronzatura uniforme. Ci siamo seduti ad un tavolo da Rosati, dove, sorseggiando un improbabile bibita turchina gelata, le ho parlato della mia decisione di vivere da sola e del nuovo appartamentino. Ha lanciato un urletto dalla gioia. Si è alzata di scatto e mi ha baciato rapidamente sulle labbra. Il brusio attorno è cessato di colpo. Gli occhi dei turisti, incuriositi, erano tutti puntati su di noi. Alla fine l’ho invitata a pranzo da me, domani.
Vanessa è il tipo di donna che non passa inosservata. Ma più che conturbanti pensieri erotici credo che susciti sentimenti di ammirazione. Poiché è una donna di classe e ha stile da vendere a tonnellate. E inoltre ha un’intelligenza strepitosa. Una donna che tutti gli uomini con un minimo di materia grigia nel cranio vorrebbero avere al fianco.
Avevo sedici anni quando la vidi per la prima volta. Lei ne aveva ventidue e già gestiva una boutique in franchising a via Condotti. Dopo un breve colloquio mi consentì un part-time pomeridiano.
Me ne innamorai subito.

foto di Marino Parisotto
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Stamattina, appena sveglia, accendo il Nokia. Tre chiamate non risposte più due sms. Le tre chiamate e un sms sono della mamma: ‘Perché non mi telefoni? Fatti viva. Bacio.’ L’altro sms è di Davide: ‘Chiamami appena puoi! Perché non lo tieni acceso questo cazzo di cell? Niente bacio.’
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Mi lavo e mi vesto in fretta per fiondarmi al mercatino rionale e poi al GS. ‘Mi raccomando prepara qualcosa di leggero, vengo per stare un po’ con te, non per abbuffarmi’, era stata la raccomandazione di Vanessa. Ma la cucina è uno dei mie hobby preferiti (e qui mia nonna paterna ha qualche responsabilità) e anche qualcosa di ‘leggero’ va preparato con cura e con amore. Il menù, scelto dopo aver sfogliato mentalmente il mio quadernetto di ricette, prevede farfalle con verdure e pesto di pomodori, poi filetti di salmone con citronette di zenzero e per finire una mousse ai frutti di bosco.
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Nello spazio cottura, l’unico completamente arredato e munito di tutti gli utensili, mentre faccio rinvenire nell’acqua salata i pomodori secchi e metto a marinare i filetti di salmone (per almeno tre ore), mi agito come un'invasata ascoltando Cherry Blossom Girl degli Air. Quando tutto è quasi pronto metto a scorrere l’acqua nella vasca da bagno, insieme ad una dose abbondante di Bain Moussant Anice di Etro, per togliermi di dosso ogni scoria olfattiva di origine culinaria.
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Vanessa è colpita dalla grandezza del monolocale. ‘Mi aspettavo un loculo, ma questo è un loft newyorchese!’ Prima di questa battuta trascorriamo un tempo interminabile a baciarci. Devo sforzarmi per slacciarmi da lei. Volevo che il suo profumo ed il suo amore invadesse ogni cellula del mio corpo.
‘Beh, ti pare che venivo a stare in un loculo, brutta strega, c’è solo lo spazio sufficiente per i vari angoli’, le replico sorridendo.
Le portate scorrono via che è un piacere, annaffiate da un fresco e frizzante Lancers bianco e dalle risate squillanti di Vanessa al racconto, un po’ sopra le righe per la verità, delle mie storie di ordinaria e quotidiana follia.
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Ora che sono qui a prepararmi l’Invicta ritorno col pensiero ad oggi pomeriggio. Alla penombra appena appena violata dalle sottili lame di luce che, attraverso le persiane, si proiettano sulle pareti a calce, al sottile ronzio ritmico del ventilatore a soffitto, agli occhi umidi di Vanessa, alle sue carezze delicate, alle sue labbra fresche e ai nostri corpi nudi sul letto ad una piazza e mezza, che si esplorano, si gustano e si nutrono a vicenda scoprendo ogni volta, come se fosse la prima, tutta la tenerezza e la passione del mondo.
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Già, l’Invicta. Ho poi telefonato a Davide. Suo padre, con moglie al seguito, sarà assente per un congresso medico e la casetta a Ponza sarà tutta per noi. Si parte domattina. Starò via qualche giorno.

foto di Rafal Bednarz
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Ieri il ritorno da Ponza. Allucinante. Sul raccordo anulare una coda per un incidente ci ha bloccati per tre ore. Siamo giunti a casa alle due e vista l’ora tardissima ho chiesto a Davide di fermarsi da me per la notte. A letto la stanchezza del giorno ha preteso, da entrambi, un improcrastinabile sonno rigeneratore.
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Stamattina è lo scroscio dell’acqua corrente nella vasca da bagno a svegliarmi. Mi giro e vedo sulle lenzuola l’impronta ancora tiepida lasciata dal corpo di Davide.
Mentre annego un pugno di scagliette dorate di corn flakes in una tazza di latte mi si presenta davanti ancora gocciolante e con l’accappatoio di cotone a nido d’ape tutto aperto sul davanti. Sul petto e sulla pancia qualche isoletta di soffice schiuma ha resistito al risciacquo. Davide osserva interessato la sua colazione. Gli vado incontro e non posso fare a meno di posargli un bacio sulle labbra. E poi di scorrergli le mani sulla pelle dorata ancora umida, e poi di accovacciarmi davanti a lui e prendere dolcemente tra le mani la sua virilità che inizia a ridestarsi, imperiosa, sotto le mie carezze ed i miei baci.
Ma non c’è tempo per altre affettuosità. Bastano e avanzano quelle dei giorni scorsi a Ponza e, nonostante i suoi occhi imploranti e qualche parolina dolce tentatrice, lo convinco con un ennesimo bacio a rivestirsi, a fare colazione in fretta e a scappare all’Università. Ho promesso a mia madre di stare con lei oggi e a quest’ora avrà già consumato con lo sguardo il quadrante del suo orologio.

foto di Elisa Lazo De Valdez
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Arrivo prestissimo a Campo dei Fiori. Mi fermo con lo Scarabeo e lo incateno ad un piccolo parcheggio per motocicli.
C’è un vociare diffuso e un clangore disarmonico di legni e di ferri: i fruttivendoli sistemano i propri banchetti senza fretta, ma con gesti sapienti. Sembra di assistere ad una coreografia perfetta in ogni dettaglio. Giordano Bruno domina la scena rumorosa e non sembra esserne affatto infastidito.
'Bazzica per Campo dei Fiori, ma se vuoi trovarla cerca di essere lì non dico all’alba, ma quasi.’ Vanessa mi aveva dato questa informazione ieri sera, al termine della nostra telefonata giornaliera. Se ne stava quasi dimenticando.
E infatti eccola lì, Monica, appoggiata alla saracinesca di un negozio, in compagnia di altri due tossici, come lei. Indossa un pinocchietto che doveva essere stato bianco ed ora mostra tutte le gradazioni del grigio, una T shirt verdastra e sdrucita che le lascia scoperto il piercing ad anello sull’ombelico e due simulacri di Nike ai piedi. E’ magrissima. Il viso emaciato ha però conservato tutta la sua dolcezza. I capelli castani e lunghi sono tirati all’indietro e fermati da un elastico.
Mi si stringe il cuore a vederla, devo soffocare le lacrime. Mi riconosce. Sorride. Avanza brancolando verso di me. Quasi cade. Ci abbracciamo.
‘Isa…che p...piacere.’, mi fa con una voce roca e rotta dall’emozione. La stringo forte. Questa volta non riesco a trattenere le lacrime. Chiudo gli occhi e così avverto un afrore nauseabondo. I suoi capelli, i suoi abiti, la sua pelle, impregnati di un’essenza infernale di umori irranciditi e decomposti di urina, di sudore, di sangue, di sporcizia sedimentata in giorni e giorni di vita e pratiche dissolute che solo in parte riesco a immaginare. Ma la voglia di stringerla e di farle sentire tutto il mio calore è più forte. Ci baciamo forsennatamente. Quando ci stacchiamo mi accorgo del suo sguardo quasi assente.
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Ci sediamo ad un bar. Ordino due Ceres gelate. Le chiedo di lei. Mi vomita le sue storie angosciose ed angoscianti. Si interrompe di tanto in tanto per lamentarsi con un pianto sommesso. ‘Perché mi hai cercato?’, mi fa. ‘E tu perché sei sparita?’, le rispondo con tono di rimprovero. Poi passeggiamo fino a piazza Farnese e continua il suo racconto appoggiata al marmo di una delle fontane.
La conduco ad un ristorante, a via del Biscione. Un cameriere ci viene incontro informandoci che è prestissimo, dietro di lui Lino, che mi riconosce. Gli dico di preparare in fretta dei semplici spaghetti al pomodoro e della carne.
Monica arrotola con la forchetta gli spaghetti lentamente e lentamente affetta la fettina di vitello alla piastra. Rimango silenziosa a guardarla, con tenerezza, ed una rabbia che mi contorce l’intestino. Monica. Nella mia mente si rincorrono dei flash di noi due bambine, d’estate, sulla spiaggia di Ostia.
Di nuovo a piazza Farnese. Le dò il numero del mio cellulare e l’indirizzo dell’Eur. Ci abbracciamo. Ora mi accorgo dei sottili segni sul petto, quasi impercettibili. Una rete di linee infittite, alcune cicatrizzate, altre in via di guarigione, moltissime di un rosso vivo con delle goccioline di sangue scuro raggrumate. Mi scosto di colpo e la guardo negli occhi. ‘Monica…, ancora?’, le faccio. ‘E’ il mio paradiso Isa, lo sai…perdonami’, quasi mi implora.
‘Chiamami presto’, le dico allontanandomi. Solleva il braccio destro e lo agita lentamente. Mi sorride.
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Daniele mi telefona. Ha due biglietti per il concerto di Ludovico Einaudi questa sera all’Auditorium della Musica. ‘Niente da fare’, gli rispondo, ‘sindrome premestruale, mal di testa e nervosismo, sarei una pessima compagnia.’
Domani non uscirò. Ho voglia di starmene un po’ da sola.

.foto di Ira Bordo
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Non riesco a comprendere il luogo dove mi trovo. Ho la sensazione che ci siano delle pareti ruvide altissime, quindi immagino un luogo chiuso, eppure, alzando lo sguardo, incontro un cielo violaceo. Poi è il respiro della risacca a darmi l’impressione di essere su una spiaggia.
Anche perché Monica è distesa sulla sabbia. Nuda.
E’ bella Monica. Ancora di più con gli occhi chiusi e quell’espressione estatica che le distende la pelle del viso, trasparente come vetro. Come tutto il suo corpo. E attraverso la trasparenza dell’epidermide intravedo la ragnatela dei capillari. Ed il sangue che scorre, silenzioso.
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Avviene tutto in un istante. La pelle è attraversata da infiniti segmenti, che spuntano dal nulla e incrinano la compattezza della sua superficie. Rivoli di sangue la inondano, scorrono lungo le braccia e le gambe, bevuti avidamente dalla sabbia assetata. E contemporaneamente il corpo di Monica si sfalda, si polverizza, come un affresco antico violato da un'improvvisa luce accecante, dopo secoli di buio completo. I frammenti minuscoli luccicano per un istante in un disperato residuo di vita, poi si spengono inesorabilmente, confondendosi con i granelli di sabbia.
Alla fine, di Monica, non rimane più nulla.
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Mi sveglio all’improvviso con la fronte imperlata di sudore ed è la luce del mattino che filtra attraverso la tenda a rassicurarmi che è stato tutto un incubo. Ho il respiro affannoso, la testa che sta per scoppiarmi ed un dolore sordo al basso ventre. Poi quella sensazione di fastidiosa umidità tra le cosce mi riporta alla realtà della mia condizione di donna fertile con regolare ciclo. E pensare che avevo preparato anche un Tampax ed ora mi ritrovo ad imprecare, strappando via dal letto le lenzuola macchiate di sangue.
Il Nokia squilla. Lo spengo. Cancello questo giorno dal mio calendario.
Mi sveglio con una sorprendente sensazione di benessere. Mi sforzo di ricordare qualche frammento di sogno fatto stanotte, ma senza nessun risultato. Nulla assoluto. Un lunghissimo sonno senza sogni. Sarà per questo motivo che avverto scariche di energia lungo la pelle? Decido che nulla dovrà arrestare questa corrente positiva, per cui cerco nel borsone (quando riuscirò a sistemare tutte le mie cose?) il cd dei Negrita e lo infilo nel lettore regolando al massimo il volume.
Sguazzo nella vasca da bagno al grido esagitato di Rotolando verso Sud, agitando le braccia e facendo planare sul pavimento nuvolette di schiuma, che, dopo un po’, si trasformano in tristissimi laghetti perlacei.
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‘E’ tutto sistemato per la vacanza. Davide ci raggiungerà l’11 agosto a Djerba. Noi due ci imbarchiamo sul charter sabato 6, alle ore 7. Lo so, dovrai sorbirti una levataccia.’
Vanessa è un genio dell’organizzazione. E anche questa volta sono convinta che faremo una vacanza perfetta, perché lei non lascia niente all’improvvisazione. Magari sul posto la trascinerò in una delle mie zingarate, con suo sommo disappunto, sperando di non vagare senza rotta nel deserto e diventare, dopo qualche giorno di angosciante agonia, carne appetitosa per famelici avvoltoi.
Sono da lei per aiutarla. Ancora saldi, ed i cinesi sembrano voler accaparrarsi tutta la merce dei negozi, via Condotti inclusa. Esco un attimo fuori dalla boutique e vengo quasi respinta da un’ondata di caldo asfissiante ed umido. Il mosaico ondeggiante di colori vivaci, la fioritura di occhi a mandorla ed il cicaleccio esotico trasformano la più esosa strada della capitale in una traversa di Shanghai. Le poche turiste italiane si riconoscono dal fatto che osservano le vetrine con aria pensierosa e incerta. Molte si grattano la tempia con l’indice. Naturalmente non si azzardano neanche lontanamente ad entrare, nonostante i saldi.
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Nel pomeriggio mi telefona Davide. Ha organizzato il week end a Sperlonga. Incomincia a mugolarmi paroline dolci pregustando la nostra intimità. Lo informo che, bene che vada, potremo scambiarci qualche giochino erotico molto, ma molto superficiale.
Ho avuto l’impressione che sia rimasto leggermente deluso!

foto di Patric Shaw
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Ivàn, il mio istruttore di kickboxing è intento ad impartire sonore istruzioni a due neofite quando faccio il mio ingresso in sala. Resto qualche istante ad osservare divertita la scena, finché non mi vede ed ordina alle docili ragazze di concedersi una pausa.
Alla fine dei convenevoli lo informo delle mie prossime vacanze e di altri impegni, e della mia intenzione di ritornare a fine settembre per riprendere le lezioni e gli allenamenti.
Resta ad ascoltarmi, immobile, con un espressione completamente neutra, che inquieta chi non lo conosce. Anche perché Ivàn ha l’aspetto di un lottatore di wrestling. Quasi due metri di altezza ed un fisico massiccio, di fronte al quale io, col mio ‘modesto’ metro e settanta, taglia 42, mi vedo come una formichina indifesa.
Dopo un attimo di silenzio, che a me sembra interminabile, esplode in una sequela di frasi sconnesse dove termini romaneschi si mescolano ad espressioni russe incomprensibili. Sforzandomi di decifrare il suo grammelot riesco a capire che, da una parte è contento per le mie vacanze ed il resto, dall’altra è dispiaciuto per non avermi in palestra almeno all’inizio di settembre.
Alla fine mi saluta serrandomi le guance tra le sue manoni e a quel punto temo, rabbrividendo al solo pensiero, che voglia sollevarmi dal suolo, cosa che per lui sarebbe di una facilità estrema. Invece vuole solo leggermente inclinare il mio viso in modo da metterlo in direzione del suo e baciarmi rumorosamente.
Riesco ad evitare di passarmi il dorso delle mani sulle guance per detergermi le tracce del suo sudore e della sua saliva, almeno finché non guadagno l’uscita.
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Con lo Scarabeo raggiungo via Gregorio VII in un tempo ragionevolmente breve. Indossare il casco con questa afa è una vera tortura. Però penso agli automobilisti costretti a file interminabili per un traffico che, a Roma, non accenna a diminuire nemmeno in questo periodo.
Mentre sorpasso le auto, costrette per il condizionamento ad isolarsi completamente dalla realtà esterna, riesco a dare uno sguardo negli abitacoli. L’aria degli occupanti sembra rassegnata, anzi alcuni sembrano godere della sosta forzata. Li vedo infatti sorridenti e gesticolanti ai telefonini o intenti alla lettura del quotidiano. Qualcuno risolve un sudoku, matita e gomma alla mano. Ogni tanto una sequenza dodecafonica di clacson li avverte che devono avanzare di qualche metro.
Gli unici ad aver conservato un briciolo di umanità sono quelli senza l’aria condizionata. Lo stereo ad alto volume, i finestrini rigorosamente abbassati, la mano sinistra all’esterno che schiaffeggia violentemente l’aria e le labbra che si muovono in un play back per me muto ma che intuisco, a giudicare dalla maschera grottesca del viso, altamente scurrile.
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L’aria condizionata di Futura TV mi investe come uno tsunami. Cerco di detergermi il sudore del viso e del collo con dei kleenex.
Non vedo Andrea in giro. Riconosco in un angolo lo scrittore Giorgio Montefoschi che dialoga con Francesca e Livio. Alcuni tecnici sono intenti a regolare le telecamere, altri a collegare fasci di cavetti a mixer ed amplificatori.
Giulia mi vede. Si avvicina. Ci abbracciamo e ci baciamo sulle guance. Mi parla delle novità di programmazione previste a ottobre, dell’ultimo film in originale visto e dell’ultima litigata col suo ragazzo. Finalmente ci raggiunge Andrea. Giulia, da quella signorina educata che è, si allontana discretamente con un sorrisino ammiccante.
Il bacio di Andrea, diritto sulle mie labbra, con la punta della lingua che tenta, neanche tanto timidamente, un inizio di esplorazione, mi imbarazza un po’, perché ho l’impressione che tutti gli occhi siano puntati su di noi. Quando, svogliatamente, ci stacchiamo, “Ho una bella notizia,” mi fa con quella sua aria finta ingenua, “è fatta. Rinaldi me lo ha confermato. Il provino è stato una bomba. Credo che ti chiamerà prestissimo per comunicartelo ufficialmente. Comincerai a ottobre. Inizialmente farai parte dello staff ‘occulto’, cioè quello dietro le quinte, ma poi sono sicuro che non vorranno privarsi di un visino telegenico come il tuo.”
Anche se la notizia non è proprio una novità assoluta per me non riesco a frenare uno slancio affettuoso, che Andrea è ben lieto di accogliere, mettendoci ampiamente del suo.
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Nel pomeriggio festeggio la fine del ciclo mestruale con un bagno appena appena tiepido, addolcito con una dose abbondante di Aquolina al crème caramel. Poi, secondo un’abitudine che è ormai diventata un rito, cambio le lenzuola del letto. Infine abbasso le persiane per realizzare una penombra quasi completa, regolo al minimo la velocità del ventilatore e mi stendo completamente nuda sul lenzuolo di lino bianco. Mi gusto fino in fondo l’ineguagliabile sensazione tattile che mi provoca il contatto della pelle liscia e pulita con la fibra naturale freschissima. Con gli occhi chiusi lascio le mie mani soffermarsi sul seno. Gli indici solleticano piacevolmente i capezzoli, che si inturgidiscono all’istante. Mi abbandono alle mie sensazioni . Perdo la cognizione del tempo, finchè, vincendo un sonno leggero che sta per ghermirmi, non mi decido a guardare l’ora. Ancora le quattro. Dal comodino prendo il libro di Valeria Parrella, Per Grazia ricevuta, che ormai mi fa la corte da troppi giorni. Riesco a strappare l’involucro di cellofan senza imprecare. Lo sfoglio. Quattro racconti, poco più di cento pagine. Leggo le prime frasi e intuisco che non mi deluderà.

foto di Sylvie Blum
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Andrea mi raggiunge alla Rinascente di via del Corso col solito ritardo. Gli ultimi acquisti prima della partenza. Almeno mi illudo che siano gli ultimi.
Mi consiglia degli infradito, con un leggero tacco, che avevo adocchiato anch’io prima dei saldi. L’ultimo 37 rimasto. E proprio del colore desiderato: giallo sabbia. Mi sceglie poi un’ampia gonna-pantalone di lino bianco ed una camicetta a giro manica dello stesso tessuto.
Mi piace fargli credere che è lui a scegliere i capi per me. In realtà, confondendolo con le chiacchiere, mi faccio indicare esattamente i vestiti che avevo in mente. E’ un gioco che nei suoi confronti mi riesce sempre. Alla fine è tutto soddisfatto quando compiacendosi mi fa: “Ah, se non ci fossi io!”
Passiamo poi da Vanessa, che si unisce a noi per un Campari freddo al caffè Greco.
Questo locale storico, un tempo nemmeno tanto lontano frequentato dall’elite intellettuale romana e non, è ora fatto oggetto di morbosa curiosità da parte di cinesi e americani che, guide alla mano, ne osservano pareti e suppellettili, ammirati e intimiditi, quasi come se fossero al Pantheon.
Andrea si rammarica di non poter venire in Tunisia con noi, com’era sua intenzione, ma l’allestimento e l’inaugurazione della mostra di Gomez a Barcellona capita proprio nello stesso periodo e il suo amico artista l’ha supplicato di aiutarlo.
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Usciamo dalla metro all’EUR e raggiungiamo casa in un attimo.
Andrea mi dice che oggi ha l’intera giornata libera e mi confessa, serio serio, che la vuole dedicare a me. Anch’io ho voglia di stare con lui.
Preparo dei vermicelli con le vongole veraci spruzzandoli con del prezzemolo tritato finemente. Andrea, nonostante ce la metta tutta, si macchia la camicia. Poi, a torso nudo (la camicia è già in ammollo con Oxigen) mi aiuta a sparecchiare e a lavare i pochi piatti.
Ne approfitta per abbracciarmi e baciarmi sul collo. Io mi giro con un piatto unto tra le mani. Mi bacia sulle labbra e avverto tutta la morbidezza e la freschezza delle sue. Poi la lingua che si insinua delicata, ma decisa, gareggiando con la mia in sottili schermaglie amorose.
Lascio scivolare lentamente il piatto nell’acquaio. Incominciamo a spogliarci.
Tanto tuonò che piovve. Temperature in discesa e aria respirabile. Il solo problema è che basta un po’ di pioggia in più del solito per mandare in crisi Roma.
Ne approfitto perciò per poltrire a letto e crogiolarmi beatamente al pensiero del pomeriggio di ieri trascorso con Andrea. Mi accarezzo immaginando che siano le sue mani a farlo. Commetto il solo errore di riaccendere il Nokia. Ed infatti è una telefonata di mia madre a riportarmi alla realtà: “Almeno domani puoi venire a pranzo da me? Dopo parti e ci rivedremo a settembre. Ti sei proprio dimenticata della tua famiglia!” mi fa con una voce piagnucolosa.
Penso che nessuno sia in grado, più di lei, di suscitarmi sensi di colpa, per cui la tranquillizzo e le prometto la mia compagnia, a patto di lasciare i fornelli a me, perché come cuoca, ma guai a dirglielo, è una vera frana.
La seconda telefonata è di Vanessa: “Amore mi raccomando non dimenticare di portarti qualche golfino. Sai, è per l’escursione termica, la sera fa freschino.”
Ed è solo la prima di una serie di raccomandazioni, per cui alla fine sono costretta ad urlarle…. “Bastaaaaa!”.
Vanessa è un tesoro, l’amo da morire, ma quando mi parla con quel tono materno la strozzerei.
Mi dice che ha le carte pronte, che ha fatto incetta di dinari e che ha preparato tutti i bagagli. E a questo punto mi immagino il suo soggiorno occupato da valigioni, trolley e borsoni vari.
Da una precisina come lei non c’è da aspettarsi di meno. C’è il vantaggio però che qualsiasi problema dovesse sorgere, anche il più bizzarro, non la coglie impreparata. Ci diamo appuntamento a domani e chiudiamo la conversazione con moine e sbaciucchiamenti vari.
Poi telefono ad Alessandra del beauty center. Le confermo che nel pomeriggio alle tre sarò da lei. Dovrà dare la caccia ai miei superstiti peli superflui e lei in questo è una professionista. Anche se ciò mi costerà l’ascolto paziente delle sue pene amorose. Ha un talento innato nel cercarsi gli uomini sbagliati. Sono convinta che è una masochista.

foto di Akif Hakan Celebi
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Sono distesa sulla sdraio Ikea. Le imprimo una leggera oscillazione che le liste di betulla, curvate a vapore, assecondano dolcemente. Ascolto Shiver di Natalie Imbruglia mentre aspetto che Monica esca dalla vasca da bagno. Ripenso alla sua telefonata di ieri sera ed alla gioia che mi ha pervaso sapendo che oggi sarebbe venuta.
Quando stamattina l’ho vista, in un abitino di cotone bianco ed il viso reso ancora più grazioso da un leggero trucco, ho pensato ad un miracolo.
E’ da quasi una settimana che è tornata dai suoi, mi ha poi spiegato. Per riflettere. Per prendere una decisione. Forse andrà in comunità.
Non ho avuto parole. Ho lasciato che parlassero i miei abbracci ed i miei lunghissimi baci.
***
E’ stato quando ha visto la mia vasca da bagno con l’idromassaggio che mi ha implorato, come una bimba capricciosa, di provarla.
Eccola ora nuda davanti a me.
Non c’è mai stato pudore tra di noi, fin da quando, bambine, trascorrevamo i torridi pomeriggi d’estate nel lettone di mia nonna, ad Ostia, esplorando e scoprendo i nostri corpi, ancora così acerbi.
Il corpo è magrissimo. La pelle, un velo diafano, azzurrino. Mi avvicino a lei. Osservo le sottili cicatrici sparse sulle braccia, sul seno, sulla pancia, sul pube, sulle gambe. Le sfioro con le dita, lentamente. Poi le bacio e le lambisco con la lingua. Ripercorro così tutto il suo corpo, prendendomi tutto il tempo necessario.
Chiudo gli occhi. Immagino un lampo, un riflesso. E’ la lama di un cutter. Sottile. Tagliente. E’ la sua mano a guidarla. Scorre sull’ epidermide fragile. Traccia una linea che prima impallidisce, come sgomenta, poi, vinta, si slabbra. Vedo il sangue. Il suo sangue che stilla e fuoriesce. E così la sua ribellione. Le sue urla di rabbia. La sua disperazione. E poi, quando i fremiti e i sussulti del suo corpo si smorzano, la calma che sopravviene. Immagino il suo viso radioso. Il respiro che si placa. La sensazione di potenza che l’invade. E che dura poco. Fugace come potrebbe esserla la sua esistenza.
“E’ il mio paradiso”, così mi avevi detto a Campo dei Fiori, Monica, amore mio.
***
Oggi pomeriggio accompagno Andrea alla Galleria Santa Cecilia per una mostra di Gaia Light, un’artista italo-americana, attiva a Roma. L’idea è brillante, ma semplicissima. Riprodurre su lattine di alluminio, le normali lattine di bibite, le icone di ogni tempo. Mi incuriosisce una che porta impresso il volto di Sue Lyon, la Lolita di Stanley Kubrick. Da piccola avevo anch’io quegli occhialini con le lenti a forma di cuoricino. Forse mia madre li conserverà ancora, da qualche parte.
Poi un salto a via Condotti, da Vanessa, per gli ultimi accordi prima della partenza.
Già, domattina dovrò sorbirmi una levataccia. Djerba ci aspetta. Ci risentiamo a settembre.

foto di Philippe Cometti
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Durante tutta la permanenza in Tunisia Vanessa me lo ha tenuto nascosto. Solo dopo lo sbarco a Fiumicino, stamattina, mentre osservo incuriosita una carovana di turisti giapponesi, che, con un vociare incomprensibile attira l’attenzione degli astanti, me lo dice. Potevamo esserci anche noi sul volo Bari Tunisi che si è inabissato in mare proprio il sabato della nostra partenza.
Per la sua mania di badare anche all’aspetto economico della vacanza, la soluzione dello scalo a Bari, e poi il charter per Djerba, era parsa a Vanessa l’ideale. Pare che quel charter non costasse niente, o quasi. Solo un soprassalto di scrupolo l’aveva poi indotta a scegliere un volo diretto, con una compagnia aerea più seria.
A Davide la rivelazione sembra non turbarlo affatto, ma il suo sguardo distratto e imbarazzato mi fa capire che lui era al corrente della circostanza.
La confessione mi lascia senza parole e avverto come una sospensione dei sensi. L’odore dolciastro di varia umanità che di solito mi assale negli scali aeroportuali, la carezza fresca dell’aria condizionata e la musica di Brian Eno che fa da morbido sottofondo, tutto mi scivola addosso senza lasciare tracce, come se fossi un alieno.
L’idea di aver rischiato la morte quasi mi paralizza. E sì che da bambina mi piaceva immaginarmela. Come quando scappavo disperata nella mia stanza dopo uno dei tanti diverbi con i miei. Allora, mentre il respiro affannoso mi squassava il petto, immaginavo il mio funerale in tutti i particolari, compresa l’angoscia straziante di mio padre e mia madre. La scena era talmente vivida nella mia mente, con tutto il carico della sua drammaticità, che finivo inevitabilmente con lo scoppiare a piangere, provando un immensa pena per me stessa.
Riemergo lentamente nella realtà solo quando Andrea, che ha noleggiato una Ford Mondeo station wagon grigio metallizzata, per prelevarci a Fiumicino con tutti i nostri bagagli, ci tempesta di domande sulla vacanza appena trascorsa. Ha una guida molto prudente tenendosi rigorosamente sulla destra e le auto che ci sorpassano, sfrecciando a velocità sostenuta, mi appaiono come ombre indistinte.
***
Raggiungiamo l’Eur dopo aver accompagnato Davide ai Parioli e Vanessa a Trastevere.
Apro un po’ le finestre per far arieggiare l’appartamentino. Non mi va di uscire per comprare qualcosa da mangiare. Andrea dovrà accontentarsi di qualche piatto pronto scongelato. Quando glielo dico mi guarda con quella sua tipica espressione capace di disarmare chiunque: nonostante abbia ventitré anni compiuti, il suo viso conserva morbidi tratti infantili, su una pelle quasi imberbe.
‘Vorrà dire che apprezzerò le tue doti culinarie un’altra volta,’ mi fa con un sorriso che gli accentua la fossetta sul mento, poi, diventando improvvisamente serio, ‘mi sei mancata tantissimo, Isabel’, e così dicendo mi prende il viso tra le mani e incomincia a baciarmelo soffermandosi alla fine sulle mie labbra socchiuse.
Una liquida indolenza attraversa tutto il mio corpo: forse la vacanza appena finita, la stanchezza del viaggio, la rivelazione di Vanessa. Fatto è che lascio fare tutto ad Andrea.
Ci ritroviamo nudi sul letto ad una piazza e mezza. Partecipo poco alle sue effusioni. Mi lascio trasportare dai sensi, passivamente. Osservo il mio desiderio prendere forma lentamente, mentre il suo corpo esile prende via via possesso del mio. Sento i miei capezzoli inturgidirsi sotto i suoi baci, lunghi, teneri. Poi i baci scendono lungo tutto il mio corpo, solleticano il mio sesso ormai completamente inumidito. Chiudo gli occhi e dischiudo le gambe, offrendomi a lui. Andrea sembra avvertire tutta la mia fragilità, quando, delicatamente, entra dentro di me.

foto di Guy Bourdin
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Approfitto della visita da mia madre per prelevare dalla mia stanzetta qualcosa che avevo tralasciato. La biografia di Frida Khalo, la mia pittrice preferita, qualche cd dei Garbage, dei Depeche Mode e dei Savage Garden, poi un peluche, (il coniglietto Miffy con la tutina gialla e la boccuccia a X), e un mug, un tazzone, uno dei tanti ricordi dei miei viaggi estivi a Londra. E’ decorato a strisce colorate verticali in parte coperte da un fumetto che dichiara, in stampatello: the years have been very kind to me.
Ho l’impressione che la mia cameretta, che pure, pazientemente, ha assorbito tutti i miei volubili umori adolescenziali, appartenga ad un’altra ragazza. La sento estranea. E nello stesso tempo mi intenerisce perché ritrovo dappertutto indizi delle mie ingenuità, dei miei sogni, delle mie speranze, delle mie passioni, dei miei amori. Come il mucchietto di diari dalle copertine consumate e strappate, sformati e gonfi per i tanti ritagli di cantanti pop incollati tra le pagine graffitate di schizzi erotici e di noia.
E’ una sensazione strana e lacerante, che mi fa star male.
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Mia madre si lamenta che la trascuro. Che non rispondo ai suoi messaggi. Che non le telefono spesso. Che mi vorrebbe ancora a casa con lei.
Le spiego le mie ragioni. Mi risponde gesticolando. Traccia segni nell’aria che mi distraggono dalle sue parole. Le osservo le mani. Ancora belle, candide, la pelle compatta e le dita affusolate. Mi incantavo da piccola ad osservargliele mentre suonava Ravel al pianoforte.
La conversazione procede per un po’, stancamente. Allora le parlo della vacanza tunisina e dei miei amori. Non riesce a concepire come io possa amare più di una persona nello stesso tempo. Le dico che per me è naturale, come ho tentato di spiegarle già altre volte. So che lei mi disapprova, anche se non ha il coraggio di dirmelo esplicitamente.
Poi sembra perdere interesse e alla fine sentenzia: “Isabel, tu vivi come se il domani non dovesse mai arrivare”. E non so se questa frase è un rimprovero oppure nasconde il rimpianto di una regola di vita che lei non è mai riuscita a seguire.

foto di Marek Straszewski
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Dopo pranzo telefono a Monica. Mi annuncia che a ottobre entrerà in comunità. La sento serena, forse rassegnata. La madre la sta accompagnando da qualche giorno al S.Camillo per tutta una serie di analisi. Mi confessa che teme i risultati. La tranquillizzo. Poi parlo d’altro per distrarla. Alla fine la saluto e ci diamo appuntamento a casa mia uno dei prossimi giorni. Le prometto un pranzetto speciale in suo onore.
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Questa sera con Davide al Bibamus, per festeggiare il rientro dalla vacanza. Più tardi ci raggiungeranno Vanessa e Andrea.
Attraverso piazza Navona. La luce di un sole ormai al tramonto proietta ombre lunghe. L’aria si va rinfrescando e avverto leggeri brividi sulla pelle.
La piazza è poco affollata. I banchetti dei pittori attirano solo pochi curiosi; qualche acquerellista ripone gli attrezzi, pronto a smobilitare. Le statue viventi mantengono un immobilità senza crepe. Solo quando qualcuno, ammirato dalla loro rigida impassibilità, lancia qualche euro nei piccoli contenitori di latta, si inchinano per ringraziare, con un movimento lentissimo. Un gruppetto di turisti ritrae la Fontana dei Fiumi con minuscole fotocamere digitali. Su una panchina di marmo una vecchia barbona, con la faccia irta di peli, bestemmia ad alta voce e palpeggia il sedere di alcune turiste in pantaloncini corti che le passano davanti. Ce n’è una che, non realizzando immediatamente con chi ha a che fare, l’aggredisce con insulti e smorfie.
Passo davanti alla chiesa di Santa Agnese in Agone, quindi seguo la traversa e mi ritrovo in via dell’Anima. Pochi metri e raggiungo il Bibamus. Nel pub c’è ancora poca gente, vista l’ora: una coppia di giapponesi con due bambinetti silenziosi che sorseggiano una coca cola con la cannuccia e un gruppetto di ragazzi, in jeans e T-shirt, che addentano dei megapanini farciti, mentre discutono animatamente di calcio.
Raggiungo la saletta al piano superiore e vedo Davide insieme a Linda.
Linda è il tipo di donna che, al suo passaggio, induce automaticamente gli uomini a voltarsi per osservare le gambe ed il resto. Anch’io mi soffermo su qualche particolare che mi cattura. I capelli biondo platino, lisci e lunghi, che pure avrebbero bisogno di una nuova tintura, per la ricrescita scura che noto alla radice; le labbra carnose su cui il rossetto scarlatto non fa una sbavatura; il fondotinta chiaro e omogeneo che dà al perfetto ovale del viso un’aria leggermente allucinata; il naso leggermente all’insù dal profilo perfetto, che rivela, ad un occhio attento, la mano di un chirurgo estetico. E poi l’abbigliamento: una giacchina di suède color sabbia con un'ampia scollatura che mette in mostra un seno sodo e rotondo, sicuramente una quarta misura, poi, di un tono più scuro della giacchina, una minigonna di coccodrillo, sotto cui si allungano due gambe tornite, perfettamente abbronzate e depilate, e ai piedi, infine, due sandali che riconosco di Dior e che avrà pagato un occhio della testa.
Insomma, se proprio non fate caso al pomo d’Adamo insolitamente sporgente per una donna, non vi accorgereste mai che Linda è un transessuale. Fa la dj in una frequentatissima discoteca romana, ma gli uomini le fanno una corte soffocante e lei qualche volta li accontenta. Molti dei suoi ‘clienti’ sono politici e uomini di affari i cui nomi compaiono giornalmente sui maggiori quotidiani nazionali e che evidentemente sbavano per quel di più che Linda possiede rispetto alle donne.
Ma Linda, nonostante le apparenze, è una ragazza semplice e sensibile e poi è una nostra cara amica. Mi abbraccia e mi bacia lasciandomi tracce di rossetto dappertutto, mentre Davide ci osserva divertito. Sembra proprio felice di rivedermi dopo tanto tempo, ed anche io lo sono. Incominciamo a parlare delle nostre cose, mentre il locale si va affollando: la serata promette bene.

foto di Barry Elkins
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Rinaldi mi ha telefonato stamattina. Mi vuole a Futura TV già domattina “…così incominci a guardarti intorno, familiarizzi con l’ambiente e vedi un po’ di che si tratta, poi un po’ di gente già la conosci. Porta anche quella sceneggiatura di cui mi parlasti. Ci darò un’occhiata. A proposito, sai che più in là avremo una serie di incontri con un famoso sceneggiatore di cui per adesso non posso dirti il nome?”. Scambio qualche parola di cortesia, ancora mezza insonnolita e con la voce impastata, e lo ringrazio.
E’ tardissimo e dopo un bagno che mi fa rinascere faccio colazione solo con uno yoghurt ai cereali.
Stanotte si è fatto tardissimo. Non ho avuto il coraggio di mandar via Davide. C’era il rischio che rimanesse bloccato con la sua C3 sotto il tremendo nubifragio che si è abbattuto ieri sera su Roma. Così tra un servizio sulla mostra del cinema di Venezia in televisione ed una chiacchierata sul concerto di Elton John al Colosseo, sabato scorso, (che ci ha visto quasi sull’orlo di un furibondo litigio solo perché gli ho detto che il baronetto mi sembrava ormai la caricatura di se stesso), il tempo è volato.
In realtà ho insistito io per farlo rimanere, perché Davide è un temerario e non ha paura di infilarsi in situazioni critiche. Ed anche perché avevo voglia di andare a letto con lui. Di abbracciarlo e sentire il calore del suo corpo nudo contro il mio.
Questa mattina quando mi sono svegliata era già andato via. Ho trovato sul tavolo della cucina un bigliettino vergato con quella sua calligrafia nervosa: “Amore, mi è sembrato un peccato svegliarti, dormivi come un ghiro. Ti ho sfiorato solo con un bacio. Grazie di tutto.”